
Lynch, un visionario tra meditazione e creatività
di Antonio Cammisa – a cura di Barezzi Festival
Italia, 9 gennaio 1991.
Gli anni Ottanta sono ufficialmente finiti ma l’onda lunga dell’edonismo e della loro “plasticosità” ancora non diventa risacca.
Al contrario, nelle tv imperano donne in abiti succinti e format disimpegnati che cozzano vistosamente con i personaggi in doppiopetto delle tribune politiche della prima repubblica.
I giovani sono stanchi di quelle posture ingessate, per le strade si vedono ancora paninari e bomber. Si continua a sognare l’America e un’emittente televisiva, privata ma di pubblico dominio, restituisce ciò che il pubblico vuole: la spensieratezza.
Da un po’ di settimane però c’è uno spot televisivo che imperversa, è ammaliante ma inquietante al tempo stesso e incuriosisce proprio tutti. Annuncia una serie tv.
Così in quella sera di gennaio su canale 5 va in onda il primo episodio.
La sigla è davvero strana, compare un uccello mai visto, una cascata, una cittadina come tante altre e alla fine dell’intro si staglia sullo schermo la scritta in verde “directed by David Lynch”
Tutti sapevano che era iniziato Twin Peaks ma nessuno conosceva il suo autore.
Los Angeles, 15 gennaio 2025.
David Lynch è morto. Tutti ora lo conosco e tutti (ma proprio tutti), almeno in quello che chiamiamo l’Occidente del mondo, conoscono Twin Peaks tra le cose che ha diretto.
Ergo tutti siamo stati inquietati o condizionati dalle visioni di Lynch.
Come Lynch, provando ad utilizzare in maniera distopica il tempo, i luoghi e i personaggi, potremmo descrivere la sua opera con un uomo di circa tre secoli fa.
Immanuel Kant con il concetto di “sublime dinamico” descrive la relazione tra la paura e la presa di coscienza della nostra forza spirituale.
Semplificando in maniera brutale, arriviamo alla bellezza spesso attraverso qualcosa di spaventoso da cui però siamo stati attratti.
Questo è un paradosso che codifica bene la complessità dell’intera produzione artistica di Lynch, non solo i suoi film, ma anche i suoi dipinti, le illustrazioni, gli scritti e in buona sostanza la sua psicologia.
Come lui stesso diceva spesso, sin da bambino ragionava per immagini perché le immagini rendevano più semplice la rappresentazione di ciò che aveva in testa.
Secondo lui esprimere il pensiero con le parole significava ridurne la potenza.
Tutto nelle sua opera si presta all’equivoco, all’interpretazione, alla rivisitazione.
Questo proprio perché il pensiero è intangibile e versatile, imprevedibile e spesso incoerente a se stesso.
Dalla somma di tutti questi elementi viene fuori l’universo visionario di Lynch in cui è l’immagine stessa a parlare e spesso ad essere protagonista.
Il personaggio è sicuramente tra i più complessi del jet set, da un lato cura cosi tanto le immagini dall’altro è un maniaco dei suoni, delle sonorità e in senso più ampio della musica.
Prende parte, come dice il compositore e suo sodale Angelo Badalamenti, direttamente alle colonne sonore, dice la sua a volte suona anche.
Inevitabile quindi che prima o poi a fare musica ci provi per davvero.
Sforna quattro studio-album, in cui i brani sono scritti ed eseguiti da lui affiancato da artisti prestigiosi tra cui Badalamenti, John Neff, Lykke Li.
Il più riuscito è sicuramente The Big Dream del 2013.
Sempre in ambito musicale numerose sono state le collaborazioni sia come regista di videoclip (dirige per Moby, Nine Inch Nails, Donovan), sia come featuring in album di altri artisti.
Impareggiabile è Dark Night Of The Soul di Danger Mouse & Sparklehorse.
Oltre alla produzione artistica però c’è un Lynch meno conosciuto.
Fin dalla fine degli anni ’70 inizia a sperimentare la meditazione trascendentale, una pratica da lui stesso definita come un hackeraggio del cervello.
Per la spiegazione autografa e autobiografica si rimanda alla lettura del suo libro In acque profonde. Meditazione e creatività (2008).
Che Lynch e la psicologia siano in stretta relazione è evidente.
In questa direzione va anche il suo impegno filantropico.
Nel 2005 infatti nasce per volere dello stesso regista la David Lynch Foundation che si pone come scopo quello finanziare l’implementazione di modalità di riduzione dello stress scientificamente provate.
Numerose sono le iniziative in supporto di individui a rischio psichiatrico, di veterani statunitensi, di studenti con problemi di apprendimento.
Interviene anche in Italia nell’anno del Covid finanziando programmi di supporto psicologico a personale sanitario in quei giorni duramente impegnato a combattere la pandemia.
Insomma il cervello e i suoi meccanismi di funzionamento o dis-funzionamento sono il comune denominatore a tutti i Lynch che abbiamo avuto la fortuna di conoscere.
Ne manca uno però: il meteorologo.
Durante la reclusione da pandemia Lynch ha un altra visione folle, così da una stanzetta della sua dimora nella città degli angeli comincia con appuntamenti fissi ad esporre le previsioni del tempo.
Purtroppo per chi non vive a Los Angeles le previsioni meteo del regista non saranno utili per scegliere quando fare una gita fuori porta o se stendere il bucato, ma in cambio si hanno perle di humor nero e lezioni di vita da una delle menti più brillanti del panorama artistico dell’intero Novecento.
